Cosa mi ha trasmesso Expo

28 Maggio 2015 admin

Sono stato ad Expo. Mi incuriosiva. Ho avuto solo alcune ore per poterlo visitare: condividerò con voi quei pochi aspetti che mi hanno colpito.

Ho cercato il padiglione di Israele: il tema che propone sono i cosiddetti “campi del domani”. Il padiglione è adornato esternamente con un giardino installato su una parete lunga 70 metri e alta   12 interamente adorna di piante vive. L’ho osservato con attenzione.
Al di là  del grande impatto scenico ho notato la poca terra. Non sono un tecnico,  può essere che mi sbagli, ma penso che le colture possano soffrire se “confinate” in uno spazio profondo solo pochi centimetri. L’impressione che ho avuto è che ci sia una conferma nella tendenza “all’abbandono” della Madre Terra, a non assecondarne la fertilità  per favorire altri utilizzi, magari edilizi, dello spazio che l’uomo ricaverebbe deviando i frutti della terra fuori dalla terra. Non ho avuto la possibilità  di visitare l’interno del padiglione (oltre un’ora di fila per entrare) certamente avrei capito meglio questa soluzione di ingegneria agricola ma, ripeto, di pancia questa è l’impressione che ho avuto.

E’ la volta della Spagna: un bel padiglione, visitato in un tempo ragionevole. Nel percorso si ha la possibilità  di conoscere quelli che definiscono “i segreti  della filiera alimentare spagnola” cioè la combinazione fra tradizione e innovazione, il miglioramento nei processi distributivi. Molti i video all’interno del percorso che spiegano bene la filiera ma non restituiscono quel coinvolgimento emotivo utile a farti Spagna - expo 2015conservare l’importanza dell’integrazione tra tecnologie e tradizione, la prima nel rispetto della seconda. A livello di engagement, invece, la sala completamente rivestita di piatti che si illuminano e diventano un grande schermo sul quale vengono proiettati i vari momenti della filiera agricola spagnola, coinvolge il visitatore in modo pieno ed inusuale. E’ stata poi la volta del padiglione di Coop, il cui concept riguarda il Future food district: un esperimento per proporre possibili scenari futuri, nuovi prodotti e nuove esperienze di acquisto. Interessante il “negozio del futuro”: la presenza del prodotto è principe; il consumatore è aiutato nella scelta d’acquisto grazie ad etichette elettroniche che informano il cliente sulla provenienza del prodotto, l’impattoCoop - expo 2015 in termini di CO2, le informazioni nutrizionali. Molto bello ma asettico: sentivo la mancanza dei responsabili di reparto. La mazzata la ricevo quando mi imbatto in YuMi. YuMi è un robot di nuova generazione, realizzato da ABB, in grado di interagire con le persone. Dotato di braccia, vista e tatto, è pensato per una nuova era dell’automazione in cui gli esseri umani e i robot eseguiranno congiuntamente le stesse operazioni.

YuMi - Coop - Expo 2015YuMi è infatti l’abbreviazione di “you and me” a sottolineare  la collaborazione tra uomo e macchina, con la sua capacità  di manipolare in completa sicurezza qualsiasi oggetto, dai delicati elementi di precisione di un orologio fino a infilare il filo in un ago o interagire con i clienti del supermercato del Future Food District. Cosa ho pensato? Mi manca l’ortolano! Ho cercato qualcuno a cui chiedere ma non c’era nessuno, se non la hostess che offriva del caffè proporzionando una nota marca. Non disdegno la tecnologia, le innovazioni, le reinterpretazioni: chi mi conosce lo sa benissimo, ma l’aspetto che mi ha lasciato perplesso è la mancanza di una reale presenza umana all’interno del negozio del futuro. Per certi versi un legame tra i frutti della terra fuori dalla terra e YuMi c’è: manca calore. Forse è questo quello che, fino a questo momento del percorso, mi è mancato. Ma il mio “a round around” non è ancora terminato.

Il poco tempo a disposizione è stato ispiratore: mi dirigo verso i padiglioni di paesi meno blasonati per conoscere anche le loro proposte. Tanzania:  ha scelto di prendere spunto dal tema di Expo Milano 2015 per sviluppare la sua esposizione e partecipare all’interno del cluster delle Spezie con uno spazio espositivo di 125 metri quadri. Tanzania - Expo 2015Sobrio e semplice lo spazio: nessuna tecnologia a supporto, foss’anche un semplice monitor con dei filmati. Il mio giro termina visitando il padiglione dell’Afghanistan, anch’esso di 125 metri quadri all’interno del cluster delle Spezie. Qui la differenza con i grandi padiglioni si fa sentire: poco il budget tanto da non permettere nemmeno di acquistare del cartonassero per il controsoffitto. Fanno bella mostra tante piccole teche contenenti l’oro rosso (lo zafferano) e varie specie di frutta secca. Poco nascosta una piccola cucina dove una donna, che indossa il tipico costume, attende paziente per omaggiare i visitatori con specialità  culinarie.

La cosa che mi è dispiaciuta maggiormente è vedere l’enorme divario in termini di tipologia di presenza tra paesi ricchi e paesi meno ricchi. Il format ne risente, secondo me. Certo è che questo divario esiste nella realtà  e potersene rendere conto avendo “tutto il mondo” a portata di pochi passi, forse, è la cosa migliore per avviare quella reale presa di coscienza necessaria alle persone per poter cambiare le cose.

A conti fatti ci tornerei? Penso di no; ma questo non vuol dire che la mia sia stata una brutta esperienza. Anzi. Migliorerei delle cose per far sì che il visitatore sia veramente immerso in un percorso socioculturale che, partendo da un paese o da un cluster, si dipani secondo un indirizzo unico. E’ il modello di meccanica che manca, di ingaggio. Ma qui sono viziato dal mio lavoro di Brand activator.