Come dare un senso ai big data

29 Aprile 2015 admin

Quando preleviamo i big data dal web ci troviamo davanti ad una situazione simile a quella riportata di fianco: una serie di puntini con tante linee. Quello che invito sempre a fare è cercare di far parlare un grafo di questo tipo. Al di là  di quelli che sono i filtri statistici che è possibile applicare, far parlare i big data sta assumendo sempre più un significato differente, ben lontano da quello a cui siamo normalmente abituati che va al di là  della semplice organizzazione e visualizzazione. La visualizzazione dei dati, realizzata con varie metodologie e tecniche che partono sempre da una semplice domanda: “qual è l’obiettivo?”, rappresenta un punto di vista di un fenomeno e per quanto bravi possiamo essere non sarà  mai esaustivo al 100% ma avrà  certamente una ottima capacità  di sintesi. Nelle analisi che ho effettuato in differenti abiti merceologici (dall’agro-alimentare al design alla formazione per citarne alcuni) mi sono accorto che non esistono ambiti tematici “più votati” alla data visualization, ma esiste una lettura dei dati più ampia dove il fattore “numero” è solo un elemento della dimensione sociale dell’informazione che i big data possono fornirci. L’analisi semantica è un ulteriore elemento che contribuisce ad inquadrare l’informazione all’interno della sua dimensione sociale ma l’ambito di esplorazione non si esaurisce qui: è possibile unire la capacità  di sintesi del dato con la capacità  narrativa per avere caratteristiche di trasversalità  più ampia. La difficoltà  sta nel coniugare, secondo un metodo, due aspetti di per sè contrapposti: una parte oggettiva (il numero) ed una parte soggettiva (la narrazione). Una sfida interessante perchè con i big data si ha la possibilità  di accedere a vari meta-dati che, se ben orgnizzati, possono restituirci comportamenti collettivi coordinati e, in termini di informazioni, quadridimensionali (chi – cosa – dove – come). La multidimensionalità  risponde anche ad una logica multisoggetto e, quindi, alle relazioni che ne conseguono: dialogo ed intelligenza collettiva l’humus da cogliere per avviare una nuovo paradigma di relazione basato sulla capacità  narrativa (o di storytelling) del brand. L’approccio a cui faccio riferimento è il city sensing (rif. Giovanni Borga). Un interessante esempio lo hanno realizzato gli studenti del Politecnico di Milano che hanno raccontato il Salone del Mobile costruendo interfacce visuali a partire dai dati telefonici, creando mappature delle attività  culturali  e monitorato l’uso delle lingue straniere sui social media per raccontare l’evoluzione della città  e le sue diverse anime. Immaginate cosa si potrebbe sviluppare? … stay tuned!