nov 28
Trasformo in post un mio commento ad un articolo sul WOM che i Ninja hanno messo online. L’interrogativo che Ninjamarketing pone è sul valore del Word Of Mouth all’interno delle strategie di marketing. Wom o non Wom? Questo è il problema. Ma questo è veramente il problema? Non penso. I mercati cambiano, si evolvono o comunque mutano. Le persone che lo compongono definiscono nuovi movimenti di relazione adeguandoli a ciò che l’ecosistema in cui si muovono mette loro a disposizione. La Rete negli ultimi anni sta fornendo varie alternative. Le aziende, che da sempre si arrogano il “diritto” di “saper” comunicare, stanno perdendo il treno. I marketer che le governano non hanno ben compreso che gli ambiti di manovra devono necessariamente essere rivisti. Le periferie comunicazionali si stanno sempre più allargando, ma è da queste periferie che si colgono i veri trend. Da uomo d’azienda posso testimoniare della difficoltà che si incontra nel far recepire queste evoluzioni, difficoltà che deriva dalla diffidenza dallo staccarsi da “pagina 3 del Kotler”. Quello che sento effettivamente mancare è il buttare il cuore oltre l’ostacolo nell’interpretare il mercato in toto, assorbendone in pieno le sue mutazioni. Le aziende non comprendono che stanno perdendo una grande opportunità: quella di crescere. E non è una crescita qualunque quella alla quale le aziende stanno dicendo di no. E’ una crescita consapevole in cui si prende sottobraccio il cliente, non tanto in quanto è colui che acquista i nostri prodotti o i nostri servizi, ma in quanto è colui che ha deciso di entrare in relazione con noi. E’ una crescita che prevede un livello paritario sul piano della comunicazione. Le aziende hanno la grande possibilità di affidarsi a chi ha voglia di parlare con esse. Ma hanno paura a farlo. Le analisi di Wom “mettono a nudo” la verità [nel bene e nel male]. La difficoltà? Fondamentalmente una: non volersela sentire dire [nel bene e nel male]. Da oltre un anno a questa parte su vari tavoli ho sentito più volte delle cose senza senso su questo fronte. Molti si riempiono la bocca di questo “maledetto” 2.0, ma pochissimi sanno veramente cosa sia e le opportunità che offre. Troppo spesso questo “maledetto” 2.0 viene scambiato per un ammasso di widget e di performance dal vago sottofondo tecnologico. Non è questo il 2.0. Chi lo pensa è a -2.0. Se dovessi dare una definizione al 2.0 lo definirei semplicemente per l’usabilità che genera nell’ambito della relationship. Usabilità che significa valorizzare e facilitare i processi cognitivi. Usabilità che significa adottare determinati comportamenti. Usabilità che significa condividere determinate abilità. Usabilità che significa canalizzare tali abilità. A questo punto vediamo come il Wom è un estremo “di cui” per poter capire in che modo il “nuovo modo” ci sta parlando. Interrogarsi se sia buono o meno: Lapalisse!
Dr_Who
nov 26
Prendo spunto dal post che i Ninja hanno inserito, per trasformare il mio commento in post dedicato. Dalla summary di questa ricerca, emerge una informazione molto interessante: l’importanza del media mix (e non del media plan). La relationship che le aziende vogliono intraprendere con il target “giovani” (18-24), deve necessariamente avere uno spazio incubatorio per poter riverberare ”a tutto tondo”. Il fatto che i ragazzi (americani) prediligano anche media tradizionali, è una indicazione che va tradotta e declinata in un’ottica di media mix. Le aziende ne sono consapevoli? Riescono a comprendere che il WOM è un fenomeno che va considerato e, ove possibile, canalizzato? Ad esempio, la TV potrebbe essere da trampolino (in fase iniziale) per poter far scaturire un effetto “onda lunga” che germogli a diversi livelli in ambito WOM. La pianificazione degli spazi e la loro declinazione creativa, deve necessariamente recepire queste indicazioni. Chi l’ha detto che una campagna stampa non possa prendere spunto da quanto emerge dal WOM? Operando in questa maniera, il riverbero sul target sarebbe completo e coerente. Il target si sentirebbe “rappresentato” e il tutto andrebbe a capitalizzare (o a concimare) il concetto di “Valore della relazione”: che non è un elemento economico, ma di identità. Accordare al brand quel valore simbolico che funge da collante nella relazione tra i ragazzi (membri della stessa tribe).
Dr_Who
dic 09
Già alcuni post fa parlavo della “potenza del wom” e del fatto che il word of mouth – o marketing conversazionale – sia la strada da percorrere. In maniera molto piccola, ne abbiamo le prove (tra le tante più accreditate).
Il caso: venerdì sera in posta leggo l’invito da parte di Nonrassegnatastampa ad inserire un post sulla loro maratona di 24 ore. La cosa mi sembra carina e volentieri assecondo la richiesta. Da buon marketer mi incuriosisco e cerco gli ideatori su skype e, dopo qualche typing, coinvolgo il Crazy Marketing Network a postare e comunque a parlare dell’evento.
Risultato: oggi nonrassegnatastampa è in home page su http://it.blogbabel.com/ quale main argomento. (rif. picture di lato).
In sintesi, in questo piccolo caso, abbiamo l’ingrediente fondamentale di una azione non convenzionale e virale: la storia, ilcontenuto, l’associazione sottile, la portability, la condivisibilità, l’actuality, il pay off.
Dr_Who
lug 23
Da Emanuela Di Pasqua (via)
Secondo le previsioni la posta virtuale potrebbe avere vita breve nel futuro e finire surclassata da siti come Myspace e Facebook.
SAN FRANCISCO, (Stati Uniti) – La vecchia email sta per andare in pensione, o quantomeno sta per farsi da parte, per lasciare posto ai nuovi strumenti sociali che il web offre, ovvero i siti social network. La previsione è dei teenager di Palo Alto e dei giovani imprenditori di start up ancora al liceo, quelli che il futuro più che prevederlo lo stanno vivendo, quelli che «fanno tendenza» (come si dice in gergo). E’ quanto è emerso da una conferenza tenutasi a San Francisco e dedicata alla generazione tecnologica. Loro sono quelli che Murdoch chiamerebbe i nativamente digitali, giovanissimi Ceo di piccole aziende o animatori di siti sociali che su CNet dicono la loro sui nuovi strumenti di comunicazione e aggregazione che passano per la rete.
UN «COCCODRILLO» GIA’ SCRITTO – In realtà è ormai da tempo che viene celebrata la morte futura della posta elettronica, di volta in volta a favore dell’instant messaging, del VoIP o del text messaging. Ma poi alla fine la mail regge sempre. Questa volta però, a sentir parlare i cosiddetti «early adopter» (nel linguaggio del marketing, i primi ad adottare un comportamento) siamo arrivati veramente a una svolta e gli eredi della posta virtuale sono Myspace, Facebook e compagnia bella. Come sempre il linguaggio arriva prima e nella Valle del Silicio si usa già dire «I Myspace’d» oppure «I Facebook’ed you», per dire ti ho contattato su un sito social.
LE DICHIARAZIONI – Secondo Martina Butler, che è intervenuta alla conferenza, ormai quando si dice «ti ho scritto una mail» in realtà si intende «ti ho contattato su un social network». Dello stesso parere è Craig Sherman, Ceo di Gaia Online, una start up di adolescenti della generazione web 2.0 che di sè stessi dicono: «Se guardi noi scoprirai cosa farà il mondo nei prossimi 5 anni». Le interviste ai giovanissimi protagonisti della rivoluzione tecnologica e comunicativa sono tante e pochissimi di loro difendono la vecchia mail. Tengono invece gli Sms, sempre più diffusi e capillari. Secondo Jupiter Reasearch l’80 per cento degli adolescenti con il cellulare «si messaggia». E chiaramente gli under 18 utilizzano Facebook o Myspace anche attraverso il proprio telefonino.
Sempre più verso un approccio WnRM.
Dr_Who
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