Via FriendFeed leggo da Catepol una news interessante: “le 10 cose che i social media non possono fare”. Qui il post integrale. Di seguito:
sostituire una strategia di marketing
Avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente
Essere visti come un progetto a breve termine
Produrre in fretta risultati significativi e misurabili
Essere «fatti in casa».
Rinfrescare velocemente l’immagine o riparare la reputazione danneggiata di un’azienda
Essere realizzati senza un budget realistico
Garantire automaticamente vendite o influenza
Essere realizzati da «ragazzini» che conoscono i social media in quanto «nativi digitali»
Sostituire le PR
I “10 comandamenti” sui social network sono ad una prima lettura scontati, è vero, ma nella pratica quotidiana troppo spesso, per non dire sempre, ignorati. Il punto saliente, tra i vari, è rappresentato dal punto 2: non possono avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente. E’ questo un assioma imprescindibile per i brand che desiderano interpretare il mercato iniziando il percorso del cambiamento di paradigma. I punti 3 e 4, poi, sono temi che stiamo approfondendo negli ultimi post. La cosa interessante che emerge, leggendo i vari punti, è quello di un approccio integrato. Se è vero che il web – in generale – ha permesso di passare dal “monologo” al “dialogo a due” ed affronta oggi la “polifonia”, vero è anche che i vari medium e platform che vengono utilizzate devono necessariamente essere integrati tra loro con un approccio di media mix e non di media plan. Non solo: nell’utilizzo del mix, la spendita del messaggio non deve essere univoco (lo stesso messaggio per tutte le platform ed i medium), ma personalizzato a seconda del medium e della platform utilizzata. Personalizzazione che declina il concept madre in tante “body copy” che massimizzino il mediun/platform individuato e che rimandino ad un differente medium/platform in modo da formare un percorso di comunicazione integrato.
Ci eravamo lasciati con il post sul “Nuovo significato del Valore” in cui evidenziavo la necessità di realizzare progetti di senso. Ma come si fa? Il percorso non è affatto semplice, anche se semplice è il ragionamento a cui ci si deve rifare: buon senso (appunto). Ma non è affatto scontato. Qualsiasi progetto il brand decida di realizzare, non può prescindere dal fatto che oggi più che mai, il baricentro attorno al quale ci si deve muovere è quello partecipativo. L’elemento della partecipazione non solo è fondamentale, ma non deve essere lasciato a sè stesso; deve essere accompagnato dalla consapevolezza che la partecipazione deve essere a “due vie”. Non esaurisri in una semlice attività di broadcasting, ma svilupparsi in termini di relazione e di inter-relazione. A questo punto il broadcasting è solo l’elemento tattico, la miccia che dà fuoco alle polveri. Il sistema narrativo attraverso il quale si declinerà il progetto, è “la placenta” vitale all’interno della quale il progetto prenderà forma, crescerà, si svilupperà per arrivare ad avere una propria personalità. Parlo di sistema narrativo perchè la logica della più conosciuta “meccanica”, oggi è assolutamente obsoleta. Il sistema narrativo, appunto perchè “sistema”, riesce meglio a realizzare quella che abbiamo definito “attrazione gravitazionale“, ad agire quindi su più livelli all’interno dei quali si sviluppa – con caratteri diversi – la relationship attorno al progetto. Nello stabilire il sistema narrativo di un progetto, molto importante è definirne gli ambienti, i supporti, attraverso i quali il sistema si interfaccerà. Infatti il sistema narrativo di un progetto, se ben identificato, è un processo senza fine: ha in sè le potenzialità di Alpha e di Omega; di esplodere o di implodere, di diffondersi e di mutare grazie alla partecipazione attiva. I vari ambienti così identificati, non sono altro che degli acceleratori del sistema di per sè, quindi, policentrico, con l’obiettivo intrinseco di divenire parte di un ecosistema e, per eccellenza, dell’ecosistema sociale. Di qui il primo elemento: non solo essere originali, ma rendere originali. Stay tuned…
Proseguiamo il nostro percorso (iniziato qui e qui) sulla necessità di individuare e misurare il cosiddetto “ROI 2.0″. L’elemento che può aiutarci a comprendere come sia necessario attribuire un significato diverso ad approcci considerati oramai “classici”, è sapere che esite questa forma di “attrazione gravitazionale” bidirezionale e multilivello. L’estrema eterogeneità e malleabilità che la forma di relazione posta in essere assume, a seconda del livello in cui si sviluppa e del tasso di affinità che ne è la matrice, deve portare i marketer a ragionare in termini di “dimensioni del Valore”. Il Valore di un brand non è fine a se stesso. Il Valore di un Brand non è puramente economico, ma – oggi più che in passato – deve arrivare ad essere economico. Il fatto che il Valore deve “arrivare” ad essere econimico, implica un percorso che mostra i suoi frutti man mano che questo percorso viene effettuato. Il passaggio che deve essere assecondato è quello di avviare, ove non esista, relazioni che incrementino “l’amore verso la marca”. L’intenzione di acquisto è un elemento successivo. Lo stimolo all’acquisto d’impulso lo ancora di più spostato in avanti. Engagement ed incremento dell’experince sulla marca sono i fulcri imprescindibili per l’ottenimento di un nuovo ROI. Misurare cosa accade durante questo percorso è fondamentale. Misurare per NON INTERROMPERE l’experience, ma per dilatarla e farla sempre più permeata sul prospect. Ed è qui che entra in gioco la messa in campo di progetti di senso.
Era il 1931 quando il letterato Paul Valery pronunciava la seguente frase ” “Le problème avec notre époque est que le futur n’est plus ce qu’il était!” Se è vero – come è vero – che il futuro non è più quello di una volta, per affrontarlo è necessario approcciare il presente in maniera differente rispetto a quanto fatto fin’ora; il che significa cercare di assegnare nuovi significati ad elementi che credevamo non mutabili. E’ questo, secondo me, il presupposto per approcciare all’ottenimento del ROI in un’era denominata 2.0 caratterizzata da una complessità di interazioni notevole e da mercati oramai iper penetrati, in cui gli ambiti di manovra sono ristretti, difficoltosi e difficili da identificare. Prendendo ad esempio la formula del potenziale di una azienda W= FxT/(1+t)t *W^ dove il potenziale è dato dal mantenimento nel tempo (T) dei flussi di cassa (F), attualizzati al costo del denaro, il tutto per la capacità dell’azienda di porre in essere situazioni favorevoli. Dato l’approccio, quali sono i nuovi significati che è possibile attribuire agli elementi della formula? Un primo approccio è capire cosa ci sia dietro alla formula. W= FxT/(1+t)t significa gestire il presente, mentre *W^ significa progettare il futuro. Vediamo come presente e futuro, a questo punto, sono strettamente collegati. In maniera oggettiva. Guardando al presente, una prima risposta sta nel modo con cui l’azienda riesce a mantenere il fattore (T) con il proprio cliente o, meglio, con la persona che decide di acquistare i propri prodotti. La domanda alla quale è necessario fornire una risposta è “per quanto tempo” le persone che acquistano il nostro prodotto decideranno di continuare a farlo? E se lo decideranno, quale sarà il valore economico che mi destineranno? Per far sì che questi due elementi – del presente – siano sempre in armonia tra loro (primo nuovo concetto), è fondamentale instaurare con le persone che dovranno prendere questa decisone, un rapporto che si basi su una sorta di attrazione gravitazionale. Ogni attività localizzata sullo spazio crea con l’ambiente circostante una complessa rete di rapporti bidirezionali che si svolgono su molteplici livelli. Da un lato attorno a queste attività si viene a creare un complesso campo di attrazioni che non fa altro che creare quel criterio di base necessario per realizzare un nuovo funzionamento del sistema. Dall’altro lato tutte le attività localizzate intorno al fulcro (non necessariamente l’azienda) non fanno altro che influenzarlo attraverso i canali più diversi…. Stay tuned!
Le donne “non tirano”. E’ questa l’estrema summary di una recente ricerca della Q Interactive di Chicago relativo al comportamento del gentil sesso online. Nella vita digitale delle donne, i Brand ne fanno poca parte. I dati della ricerca evidenziano come gli ambienti Social sono frequentati dalle donne (più attive del 75% YtoY), vengono frequentati più volte al giorno, ma ben il 75% delle donne dichiara di non essere influenzata – sui SN- nella scelta di un brand.
Il dato della ricerca, francamente, non mi stupisce affatto. Il presidio dei Social Network da parte delle aziende è un fenomeno nuovo per il marketing (o meglio per i marketer più tradizionalisti e meno avvezzi ” ad essere avanti”). I marketer devono comprendere che i SN sono nuovi territori nei quali è necessario agire con “progetti di senso”, coerenti con il DNA del SN che si intende frequentare, e non colonizzare. A prescidere dal SN, l’elemento sul quale i brand devono interrogarsi è la Relationship in prima istanza, e poi la qualità della stessa: perchè io brand, decido di essere su un SN? Che tipo di investimento – in termini di intangibles – voglio effettuare? Alla base vi è, quindi, un approccio strategico e non tattico/modaiolo. Se la ricerca ha evidenziato questo “gap” tra Donne e Brand sui social network, evidentemente esiste una lacuna importante nel dialogo con i proprio target. Non è difficile immaginarlo. Continuare a pensare al target come tale, è il primo elemento che – amio avviso - è necessario rimuovere. Adottare un ripensamento di paradigma che, chi segue il nostro blog, già conosce. La difficoltà che molto spesso si incontra è quella di far comprendere che gli intangibles hanno un valore; valore che non si manifesta nel breve, ma nel medio lungo. Ma lo sappiamo, in tempo di crisi (e non…purtroppo) si ha sempre troppa fretta.
Anni fa (ero ancora studente) vidi un poster il cui visual era rappresentato da una casa ambientata in una campagna irlandese sotto un cielo molto plumbeo. Il copy recitava così: “che tu possa avere solide fondamenta per quando tireranno venti di tempesta“. Ieri ricevo da Andrea Boaretto il suo ultimo libro Open Marketing. Ho iniziato sfogliarne l’indice e a leggere alcune sezioni molto interessanti. E’ una buona summary della “tempesta” che il marketing sta vivendo negli ultimi anni. Questa mattina leggo Maurizio Goetz che propone un video dal sapore “agro-dolce”. In maniera molto delicata il video trasmette quanto affermo sopra: i brand necessitano di salde fondamenta per affrontare questi nostri tempi di sconvolgimenti (come disse Gaber nel suo monologo “la pistola“). Il problema è che la maggior parte “è vuota”: le basi su cui ci si basava in passato non sono più sufficienti se interpretate non tenendo conto delle mutabili. E non si tratta di “fare marketing non convenzionale” (che oggi non vuol dire nulla): si tratta di reinterpretare se stessi avendo la volontà di declinare un nuovo paradigma la cui parola d’ordine è relationship. Le vendite di oggi non sono effettuate per soddisfare bisogni primari, ma per rinsaldare legami tra persone che condividono una stessa passione. La cosa è molto differente rispetto al passato.
Il mobilificio Lago non poteva trovare miglior naming per il suo blog giunto al suo terzo ann di vita. L’età del blog già è indice di un approccio evoluto di Lago verso il mercato. Alcuni esempi per capire: Come ogni anno Lago va al Salone di Milano. Come essere presenti in maniera non convenzionale? Lago ha preso un appartamento e lo ha arredato con versioni inedite dei suoi prodotti. Di notte è stata la nostra casa-base per gli happening, di giorno il primo Lago Temporary shop. Occasioni uniche per testare prodotti, gradimento e vicinanza al target. Qui alcune immagini. Ma Lago non è nuova a certe interpretazioni, interpretando al meglio il concetto di engagement: utilizzare i suoi show room per ospitare uno spettacolo teatrale
Più che un mobilificio, Lago pare essere un “incubatore di emozioni” che ognuno può far suo, e poi liberamente interpretarle con i prodtti che Lago ha nel suo carnet. In perfetta coerenza con il proprio manifesto che mette al centro l’Uomo. Complimenti allo staff di Lago: un bell’esempio che molte aziende dovrebbero imitare. Stay tuned!
Il paesaggio del marketing sta cambiando. Anzi è sempre in movimento. Per questo occorre un “approccio liquido”. cambia il modo di relazionarci, il modo di costruire le nostre tribe e gli strumenti che utilizziamo per gestirle. Tutto cambia, non c’è verso! Ma non i fondamentali: relazioni, onestà, punto di vista, differenziazione, contenuto. Buona visione.
Lo sostengo da sempre: le PMI hanno una dimensione del mercato “molto vera”. Più vera di quanto possano averne le grandi aziende. Il motivo? Hanno la dimensione del denaro (e non del budget): sanno quello che possono investire e lo fanno in ottica cliente. Questo pragmatismo porta le PMI ad essere più sensibili ai mutamenti della società, poichè esse stesse sono la società. Ne fanno parte quale elemento attivo. Questo approccio di sensibilità alle variabili del nostro tempo, emerge in maniera forte nell’ultima ricerca pubblicata da e-marketer in cui sono state intervistate circa 260 PMI americane. Tutte utilizzano approcci di social networking. Ma quali sono le piazze virtuali maggiormente frequentate? La maggior parte di esse frequenta piattaforme di socila networking come Linkedin, ma anche MySpace e Facebbok sono ampiamente utilizzati. Meno popolari i micro blogging e i wiki. Segno, secondo me, che questo rappresenta il vero potenziale verso una relationship più matura e consapevole. Ma quali le motivazioni? C’è una casistica abbastanza variegata ma, principalmente, l’utilizzo dei social network viene effettuato per rispondere alle domande dei clienti. Pare ovvio, ma vi assicuro che non lo è. Seguono: networking e finalità didattiche. A parte la “classifica delle motivazioni”, vari sono gli elementi su cui porre attenzione: in tutte le motivazioni, alla base, vi è la definizione di un livello paritario con il consumatore (prospect o cliente che sia). Non solo: vi è la volontà di utilizzare il feedback ottenuto, appunto per meglio indirizzare le azioni future. La freschezza del feedback è “oro” per garantirsi un time to market se non efficiente nel breve periodo, quanto meno efficacie in termini di relationship e quindi di loyalty prospettica. Frequentare in maniera diversificata gli ambiti di social networking, permette anche di sperimentare nuovi percorsi, creandosi, quindi, un mix di relationship dai toni e dalle pressioni di versificate. Ad esempio l’utilizzo di Twitter ha portato Jeff Leach of Naked Pizza ad incrementare del 15% il business giornaliero.
Che dire? Sempre di più il “2.0″ è una predisposizione, e non un acronimo.
Come generare giusta notiziabilità e PR ficcanti per lanciare un nuovo notebook? Questa domanda può essere certamente ampliata anche ad altri settori merceologici anche non ICT. Questa domanda se l’è posta Sony per il lancio del suo ultimo VAIO . L’operazione ha seguito un approccio non convenzionale per portare a casa entrambi i risultati. Vediamo come. Sony ha creato squadre di modelli che si muovono come manichini robotici dislocate in luoghi pubblici per le strade di New York, a dimostrazione del nuovo stile di vita del computer notebook Sony Vaio. Il tutto per fare toccare con mano e creare un giusto engagement.
Come secondo elemento tattico è stata realizzatoa una buona presenza al Bryant Park Sfilata di moda, che ha portato PR molto positive
non solo: qualche giorno prima, è stata realizzata una perfetta “sfilata” alla Grand Central Station di NYCity, che ha contribuito – assieme al primo evento on the road – a sensibilizzare i prospect e a rendere notiziabili e ricollegabili gli eventi.
Tali azioni sono state contemporaneamente affiancate da sit online sui maggiori SN: YT, Facebook e Flickr supportate dal sito ufficiale.
Ultimamente mi capita di interfacciarmi con personaggi [non li chiamo manager] che una operazione così articolata non è che non la comprendono, ma non rientra nelle loro “corde”. Nei mercati in cui la penetrazione è ben oltre il 100% è necessario rapportarsi ad esso in maniera differente, capire che il target non è più tale: è molto permeato e difficilmente distinguibile. Liquido. E’ questo l’agettivo che meglio rende l’identità del prospect di oggi. Non è più un consumatore, forse non è più neanche un co-creatore ma sta diventando sempre più co-produttore non con il brand (e quanto meno l’azienda). ma asieme al Brand. I Marketer delle aziende non sono chiamati a “vendere”, ma ad entrare in relazione con i new co-producer ed assieme a loro definire i giusti Valori che formeranno il vero collante tra brand e persone. It’s a gut feeling: è una questione di pancia. E non di testa. Non è più il tempo [semmai lo fosse mai stato] di entrare a gamba tesa mettendo sul tavolo solo risultati commerciali. Di breve. Myopia marketing!
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