Ieri sera, intorno alle 23:30 forse ho capito davvero il significato di “Always on” davanti alla molto probabile morte del mio iPhone (non avvenuta per fortuna). Sempre più connessi, ovunque ci troviamo. E non è solo un fatto di tecnologia, ad oggi – anche per me che non sono un nativo digitale ma mi definisco un “interpretato” digitale – è un fatto di permeabilità, un modo di essere che fa parte talmente di noi che privarcene all’improvviso “fa male”. Always on è ancestralmente il nostro bisogno primordiale di relazione: l’uomo è un animale sociale si dice oggi; Gaber cantava “l’uomo non è fatto per stare solo il suo bisogno di contatto è naturale, come l’istinto della fame“. Viviamo nell’era della conversazione, della condivisione, e la consapevolezza di avere cordoni ombelicali tecnologici che ci permettono di parlare, sentire, vedere, ci fa vivere meglio.






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