E’ ormai cosa comune che la comunicazione su web consti di relazione partecipazione e condivisione. Vari medium consentono di declinare questo approccio: giornali online, blog, piattaforme social network classiche e piattaforme di micro-blogging. Parlavo proprio ieri con Daniele Montemale aka Viralavatar su questi temi, e mi chiedeva un parere su un lavoro che sta realizzando. L’elemento che viene sempre fuori è che le aziende, per la maggior parte, interpretano i new medium non per quello che realmente possono offrire, ma semplicemente per il fatto che è necessario esserci. Nella maggior parte delle proposte, infatti, Twitter, Facebook, Flickr, YouTube etc. vengono inseriti non per un utilizzo coerente con la strategia che dovrà essere messa in campo, ma semplicemente “per fare volume”. Della serie ” è l’epoca del due.zero e quindi non puoi non utilizzare medium due.zero”. La cosa che facevo notare a Daniele, è appunto questa. Ad esempio l’utilizzo di Twitter, microblogging dedicato alla “mobilità”, ha senso inserirlo quale medium? Dipende! Dipende dalla tipologia di informazione che viene inserita al suo interno. Se viene utilizzato quale semplice “cassa di risonanza” allora non porta da nessuna parte, non se ne vedono i benefici e neppure – in termini di curva di apprendimento – l’azienda può affinare le sue tecniche di relazione. Idem per YouTube. Oggi la scelta del medium è molto complessa perché, rispetto al passato, il medium è frequentato. E’ questo un elemento che difficilmente viene considerato. La TV, i Billboard, la stampa, la radio (classica) sono medium non frequentati: gli users non ne sono parte. In questo nostro tempo è molto importante porre grande attenzione al senso dei contenuti veicolati sui new medium. Il senso dei contenuti deve far esprimere al meglio la strategia di presidio: sia che si vendano biscotti sia che si proponga un programma politico. Ma la cosa importante è creare un aproccio di media mix in cui new ed old medium si integrino vicendevolmente fornendo ognuno una call to action personale, coerente con il proprio dna di engagement, mixate in modo che ogni medium rimandi all’altro fornendo in questo modo una comunicazione completa. Questo percorso ha al suo interno un elevato grado di complessità data dalla necessità evidente di gestire una relationship complessa, in cui i touch point sono variegati, ma dal mining potenziale di grande valore prospettico.
Dr_Who








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luglio 17th, 2009 at 09:17
Solo leggendo questa parte: “Ma la cosa importante è creare un aproccio di media mix in cui new ed old medium si integrino vicendevolmente fornendo ognuno una call to action personale, coerente con il proprio dna di engagement, mixate in modo che ogni medium rimandi all’altro fornendo in questo modo una comunicazione completa. Questo percorso ha al suo interno un elevato grado di complessità data dalla necessità evidente di gestire una relationship complessa, in cui i touch point sono variegati, ma dal mining potenziale di grande valore prospettico” … vengono i brividi heheheheh
Si scherza … bravo Dr Who.
luglio 17th, 2009 at 10:54
A livello pratico.. Non è troppo complesso gestire diversi medium 2.0 senza utilizzare un unico strumento in grado di splittare, in modo automatico, un unico contenuto sui diversi canali? Ed, ancora, ha senso declinare lo stesso identico contenuto su varie piattaforme? In alternativa ci vorrebbe almeno una persona che si occupi di ogni medium separatamente e che instauri vere relazioni coi frequentatori.. Alrimenti perchè non chiamarlo spam?
luglio 20th, 2009 at 09:42
@Abbili Niura: avere degli aggregatori facilita, ma in termini di relationship nn si avrà alcun vantaggio. Non bisogna ragionare like personal profile; Relativamente ai contenuti non declinera mai lo stesso contenuto, ma lo stesso concept verrà declinato a seconda delle caratterstiche del mediunm che si vorrà utilizzare; a livello organizzativo la gestione è complessa: la cosa migliore da fare è crere un pool specializzato per la gestione della relationship. Cadere nello spam è facile: ecco erchè è necessario che il brand “sposi” l’approccio
luglio 20th, 2009 at 10:41
Rimane dunque necessaria la mera presenza fisica dietro ogni “account”.. Mi risulta difficile non immaginare una traslazione del televenditore a facebookvenditore, twittervenditore..
Scherzi a parte la strada la vedo lunga e molto tortuosa a tutto vantaggio nostro cui tocca sperimentare e capire;)
luglio 28th, 2009 at 20:27
[...] non adattandolo, ma creandolo appositamente per i social medium identificati. Troppo spesso (già ne ho parlato) le piattaforme social vengono prese d’assalto e trattate da “centri media” con [...]